Mostre alle Gallerie d’Italia Torino: Nick Brandt e Diana Markosian

Mostre alle Gallerie d’Italia Torino: Nick Brandt e Diana Markosian

Una visita non programmata

Negli ultimi mesi ho visitato diverse mostre.Ne ho condivise alcune sui social, altre sono rimaste fuori dal blog. Non tanto per mancanza di interesse, ma perché spesso non sentivo la necessità di aggiungere qualcosa a ciò che era già evidente nelle opere stesse o dare ulteriori informazioni già disponibili online.

Capita poi a volte, che la mostra ti colpisca talmente tanto, da volerne parlare con qualcuno, da condividere riflessioni e informazioni anche con chi magari non conosce quell’artista e quella opera in particolare.

La visita alle Gallerie d’Italia – Torino non era prevista. Ero lì per un impegno legato alla scuola di mio figlio, presentavo un progeto con il quale aveva partecipato con la scuola. E dato che ogni occasione è buona per visitare una mostra, sono andata con i miei figli a fare un giro per le sale, scoprendo in quel momento le mostre in programma

Così siamo entrati. E ho scoperto una delle mostre più belle e di impatto degli ultimi anni.

Mostre Gallerie d'Italia Torino

Due mostre, un unico tempo fragile

Alle Gallerie d’Italia – Torino sono in corso due mostre che, pur non essendo formalmente collegate, hanno molti punti in comune, primo tra tutti la capacità di leggere il momento presente e mostrarcelo in maniera netta, chiara, diretta.

Da una parte il lavoro di Nick Brandt, dall’altra quello di Diana Markosian, due autori molto diversi per approccio, linguaggio e sensibilità, ma accomunati da una stessa tensione: osservare ciò che sta cambiando mentre accade.

Non si tratta semplicemente di due esposizioni fotografiche, è più corretto leggerle come due dispositivi paralleli che interrogano la fragilità del presente: quella del mondo esterno e quella del mondo interiore.

Sono gli esempi perfetti di come la fotografia contemporana abbia progressivamente abbandonato l’idea di pura documentazione, non si limita più a registrare il reale, ma lo interpreta, lo ricostruisce, lo mette in crisi.

In questo contesto, il lavoro di Brandt e Markosian rappresenta due direzioni complementari:

  • uno guarda alla crisi ambientale e al paesaggio
  • l’altro alla memoria e all’identità personale

Entrambi però lavorano sulla stessa materia: ciò che resiste al tempo.


Nick Brandt. The Day May Break. La luce alla fine del giorno: una mostra sulla fragilità del nostro tempo

La mostra Nick Brandt. The Day May Break. La luce alla fine del giorno, presenta per la prima volta l’intero progetto The Day May Break, il lavoro che Nick Brandt ha iniziato nel 2020 per raccontare gli effetti della crisi climatica e del degrado ambientale sulle comunità più vulnerabili.

Il percorso espositivo riunisce circa sessanta fotografie di grande formato realizzate in Kenya, Zimbabwe, Bolivia, Figi e Giordania. Non sono immagini di reportage nel senso tradizionale del termine, né semplici fotografie naturalistiche. Brandt costruisce scene in cui esseri umani e animali condividono lo stesso spazio, accomunati dalla perdita del proprio habitat e dalla necessità di adattarsi a un mondo che cambia sempre più velocemente.

Ogni capitolo del progetto aggiunge un tassello a questa riflessione. Nei primi lavori incontriamo persone e animali sopravvissuti a incendi, siccità o distruzione degli ecosistemi.
Successivamente il racconto si sposta alle Figi, dove figure umane e animali sembrano galleggiare sott’acqua, trasformando l’innalzamento del livello dei mari in un’immagine di grande forza poetica. L’ultima serie, realizzata in Giordania, amplia ulteriormente lo sguardo, mettendo in relazione crisi ambientale, migrazioni e vulnerabilità sociale.

Quello che colpisce è la scelta di evitare qualsiasi tono spettacolare o sensazionalistico. Le fotografie sono costruite con una straordinaria cura compositiva e sembrano quasi quadri contemporanei: ogni elemento è studiato nei minimi dettagli, ma nulla appare artificiale.

Al contrario, la loro forza nasce proprio dalla dignità con cui Brandt ritrae persone e animali, senza gerarchie e senza pietismo.

La mostra si conclude con una sezione dedicata al making of, che racconta il complesso lavoro dietro ogni immagine.

Video e fotografie documentano mesi di preparazione, la collaborazione con le comunità locali e il coinvolgimento di centri di recupero della fauna selvatica.

Un approfondimento che permette di comprendere quanto ogni scatto sia il risultato di un progetto artistico, ma anche umano.

Visitare The Day May Break significa quindi andare oltre la semplice osservazione di fotografie esteticamente potenti. È un invito a riflettere su un presente in cui la crisi climatica non è più una previsione per il futuro, ma una realtà che accomuna territori, specie e persone molto diverse tra loro.

Ed è forse proprio questa universalità a rendere il lavoro di Nick Brandt così intenso e attuale.


Diana Markosian. Replaced: quando la fotografia diventa un modo per rileggere l’amore

Se Nick Brandt ci porta a riflettere sul rapporto tra uomo e natura, Diana Markosian sposta completamente lo sguardo. Con la mostra Diana Markosian. Replaced, l’indagine si fa intima e universale allo stesso tempo: al centro non c’è il paesaggio, ma la memoria di una relazione finita.

Il progetto nasce da un’esperienza personale dell’artista, dopo la fine di una lunga storia d’amore, Markosian torna nei luoghi che aveva condiviso con il suo ex compagno, soggiorna negli stessi alberghi e ripercorre gli stessi itinerari. Ma questa volta accanto a lei c’è un attore, chiamato a interpretare simbolicamente la persona amata. Attraverso questa ricostruzione, la fotografa mette in scena un processo di elaborazione che oscilla continuamente tra realtà e finzione.

Il titolo Replaced – “sostituita” – racchiude il cuore del progetto.
Cosa succede quando ci si rende conto che i luoghi, i gesti e i ricordi che sembravano unici vengono vissuti da qualcun altro?
Quanto sono stabili i nostri ricordi e quanto, invece, vengono continuamente riscritti dal tempo?
Sono domande che attraversano tutto il percorso espositivo.

La mostra alterna fotografie, installazioni e un film immersivo, trasformando il museo in uno spazio narrativo dove il visitatore è invitato a entrare nella dimensione emotiva dell’artista. Le immagini sono costruite con grande delicatezza: non cercano il dramma, ma lasciano emergere la vulnerabilità, il senso di smarrimento e, poco alla volta, la possibilità di attribuire un nuovo significato ai ricordi.

Ciò che rende Replaced particolarmente interessante è il modo in cui una vicenda privata diventa una riflessione collettiva: chiunque abbia vissuto una separazione riconosce qualcosa di sé in queste fotografie. Markosian non racconta semplicemente la fine di un amore: racconta il momento in cui comprendiamo che la memoria non è un archivio immutabile, ma un luogo in continuo cambiamento, dove anche il dolore può essere riletto e trasformato.

L’allestimento è molto suggestivo e diventa parte integrante del racconto: Diana Markosian costruisce uno spazio che riflette il cuore del progetto, la ricostruzione della memoria attraverso luoghi reali rivisitati e reinterpretati.

Al centro del percorso si trova un hotel, lunghi corridoi, porte che celano stanze, colori saturi e profondi che alternanto il rosa all’azzurro e una boiserie sui toni del nero.
Non è una semplice scenografia, ma un riferimento diretto all’esperienza dell’artista, che torna negli stessi hotel legati a una relazione passata per rileggerne i ricordi.

Ne emerge una sensazione di ricordo ricostruito, mai stabile, tra realtà e interpretazione.


Il punto di incontro: ciò che cambia

Nonostante le differenze evidenti, le due mostre condividono una stessa domanda: cosa accade quando ciò che conosciamo cambia in modo irreversibile?

Nel lavoro di Nick Brandt il cambiamento riguarda il mondo naturale, gli ecosistemi e il rapporto sempre più fragile tra uomo e ambiente. In quello di Diana Markosian, invece, riguarda la memoria, gli affetti e il modo in cui costruiamo la nostra identità attraverso i ricordi.

A essere messa in discussione, in entrambi i casi, è l’idea stessa di stabilità: quella del paesaggio, quella delle relazioni, quella del tempo.

In un’epoca dominata da immagini consumate in pochi secondi, la fotografia torna a essere uno spazio di resistenza. Ci invita a rallentare lo sguardo, a soffermarci su ciò che accade intorno a noi e, allo stesso tempo, dentro di noi. Non cerca di rassicurare né di offrire risposte immediate. Al contrario, ci mette a disagio, ci costringe a porci delle domande e ci accompagna in una riflessione che continua anche dopo aver lasciato il museo.

Forse è proprio questa la forza della buona arte: non limitarsi a essere osservata, ma lasciare una traccia capace di trasformare il nostro modo di guardare il mondo.

Entrambe le mostre sono visitabili fino al 6 settembre 2026.

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